Day 7 – da Tournehem-sur-la-Hem a Wisques

Dopo una notte gelida in tenda, in un camping vicino a un parco divertimenti, mi metto in marcia per percorrere a ritroso la Leulène, l’antica via Romana attraverso cui Cesare e i suoi soldati marciarono verso Sangatte, e, da lì, salparono per la Britannia. Le dolci colline coltivate a grano e i radi boschetti si alternano, rendendo la passeggiata piacevole nonostante un sole finalmente estivo. Incontro delle persone che passeggiano a cavallo.

Mi dirigo verso Wisques, un paese di 250 abitanti con due abbazie benedettine: quella di Saint Paul abitata dai monaci e quella di Notre Dame riservata alla controparte femminile. Mi hanno detto che qui ospitano volentieri i pellegrini ed io sono curioso di vedere cosa mi aspetta.

Appena arrivo davanti all’enorme portone dell’abbazia maschile, incontro un tizio che cammina nella mia direzione, è vestito con abiti marroni ed ha una conchiglia di San Giacomo, simbolo del pellegrinaggio a Santiago de Compostela, attaccata alla spalla. “Ecco un monaco” penso, e mentre lui mi si avvicina continuando a guardarmi con interesse, sussurro prendendogli la mano “je suis un pelerin, pouvez vous m’offrir hospitalité pour cette nuit?”. L’uomo mi guarda soddisfatto come se gli avessi fatto un regalo, parla in modo lento scandendo il suo accento americano come per togliere ogni accenno di volgarità o rudezza che la sua lingua potrebbe tradire. “Oh no, I am a pilgrim too, but I can show you where to go”. Il suo nome è Peter Cook, americano sessantacinquenne. Un esperto di pellegrinaggi da almeno 15 anni che viene, prima o dopo le sue tappe francesi, a riposarsi a Wisques da quelli che definisce i suoi amici monaci. “This is the right man, he is the pére hopitalier” dice indicandomi un uomo snello e altissimo dietro a una scrivania. La testa rasata di un biondo rossiccio che tradisce la sua origine del nord ovest della Francia, probabilmente bretone, pére Bruno ha una quarantina di anni e un sorriso aperto come un melograno maturo. Mi chiede se voglio dormire e se ho la credenziale, poi di seguirlo. Fa gesti ampi di accoglienza, si muove rimanendo sempre in ascolto, anche dei miei silenzi, eppure ogni suo gesto, seppur naturale, sembra controllato da una confidenza totale. Come se conoscesse ogni dettaglio del compito a cui si sta dedicando. Mi indica la stanza e mi dice che la cena sarebbe svolta alle 7:20 e qualcuno sarebbe venuto a prendermi alla reception. Guardo dalla finestra e vedo questo:

Mi riposo un po’, lavo i miei vestiti ed aspetto l’ora giusta. Quando scendo trovo Peter a parlare con uno dei monaci e poco dopo Père Bruno ci viene a prendere per scortarci in refettorio.

Insieme a noi c’è anche Joel Camara, uno scrittore brasiliano di San Paolo che sta affrontando la via Francigena per trovare l’ispirazione giusta e la forma al suo terzo romanzo sull’auto miglioramento. Sorride spesso ma ha il cruccio si essere fermo nell’abbazia da quattro giorni, a causa di un problema al piede: “Domani voglio ripartire, ma devo stare attento, non voglio correre il rischio di dover cancellare il cammino!“. Intanto Père Bruno ci sta scortando tra i corridoi che guidano dentro l’interno della abbazia dove si può accedere, a causa della clausura, solo dietro invito e scortati da un monaco. Fa sempre gesti molto ampi e accoglienti finché arriviamo in un corridoio con alti archi di mattoncini rossi.

Lì ci sono alcuni monaci che sottovoce si scambiano brevi e fugaci informazioni. Uno in particolare spicca tra gli altri nella sua figura alta e slanciata.

È davanti a lui che Père Bruno con un grande sorriso, indicandomi, dice “Abate, questo è un pellegrino italiano che va verso Roma“. L’abate mi sorride, e istintivamente gli tendo la mano, ma lui, con un gesto impercettibile, la ritrae quel tanto che basta da farsi afferrare solo la punta delle dita, e mi sorride. Mi sento istintivamente piccolo. Père Bruno mi sussurra “L’abate vorrebbe lavarti le mani in segno di benvenuto“. Senza che nessuno abbia dato ordini, un altro monaco si avvicina con una brocca di metallo e una piccola bacinella. Offre all’abate un asciugamano tenendolo con tutte e due le mani come una sindone, che, sorridendo aspetta una mia mossa. Metto le mani sopra la bacinella. L’abate versa dell’acqua dalla brocca, è molto fredda. Strofino delicatamente le mani e poi mi asciugo sull’asciugamano che lui mi porge. Da questo momento in poi l’esperienza della cena nel refettorio e la seguente celebrazione della preghiera prima del silenzio notturno, è scandita da una ritualità così precisa e dettagliata da rendere il mio ricordo qualcosa di magico e potentissimo.

Il refettorio e lungo circa 40 m e largo 15, da una parte la porta che dà sulla cucina, sormontata da una piccola statua della madonna, dall’altra un crocifisso spoglio a cui è appeso un Cristo con una leggera veste dorata. Sotto il crocifisso un tavolino di legno scuro rivolto verso la sala, apparecchiato per una sola persona. L’abate in piedi dietro al tavolino aspetta pochi istanti che tutti monaci arrivino alle loro postazioni. Père Bruno intanto ci indica il tavolo centrale più vicino all’abate, perpendicolare al suo tavolino come tutti gli altri deschi. Indica a ciascuno di noi tre ospiti un diverso posto in cui sedersi, percepisco di essere il più vicino all’abate perché ultimo in ordine di arrivo al monastero. Sui due lati lunghi della stanza sono disposti dei tavoli dello stesso legno di quello dell’abate che possono ospitare quattro monaci ciascuno. I monaci siedono da un solo lato del tavolo, non si guardano cioè in faccia durante la cena. Questo refettorio può aspettare circa 120 persone, ma a Wisques ce ne sono meno di 20, ed è subito strano notare come non si siedano in una fila unica, Ma a gruppetti, alcuni addirittura isolati dagli altri. “Devono rispettare la gerarchia di arrivo in monastero“ mi spiega Peter, “magari qualcuno è in isolamento volontario oppure sta scontando una penitenza“. Siamo tutti in piedi aspettando la celebrazione della preghiera prima del pasto. Peter mi porge un libretto scritto metà in latino, metà in francese. È l’abate a cominciare la preghiera, con una voce gorgogliante ma acuta sillaba frasi in latino di adorazione e ringraziamento. Ogni volta che il nome di Dio viene pronunciato i monaci, le mani sulle ginocchia, si piegano a novanta gradi per qualche istante, prostrandosi davanti al nome dell’onnipotente. Ognuno è schierato in una posizione precisa e codificata. Ciascuno conosce il ritmo del rituale perfettamente, tutto è sincronizzato al millesimo di secondo. Alla fine della preghiera, senza ulteriori cerimonie, ci sediamo e, abbastanza velocemente, iniziamo a scodellarci il cibo.

La cena è composta da tre portate: un potage, cioè una zuppa cremosa di patate e verdure di stagione, un vassoio di verdure cotte e crude, in questo caso una varietà di fagiolini verdi e pomodori, e, infine, un dolce che è un pudding denso, fatto con la semola e lo zucchero, con sopra dei cereali tipo muesli, che assomiglia alla nostra polenta, ma accompagnato da una ciotola di marmellata di albicocche. Durante tutta la cena si osserva il più rigoroso silenzio mentre da un pulpito di cemento centrale incastonato nel refettorio moderno tra le vetrate colorate di rosso e azzurro, uno dei monaci cantilena una serie di letture sull’attualità che trattano temi di eutanasia e aborto.

Noto solo adesso che tutti monaci sono rasati, la loro carnagione chiara spicca sulle tonache marrone scuro. Mentre ascoltiamo questo salmodiare costante di letture in francese, dove spiccano a volte il nome di Clinton, a volte quello di vescovi statunitensi o tedeschi, uno dei frati silenziosamente e in modo impeccabile toglie i piatti e vassoi di quelli che hanno appena finito di mangiare. C’è qualcosa di magico nella precisione dell’istante in cui avendo un commensale della grande sala posato la forchetta, questo frate cameriere si materializza al suo fianco togliendogli le posate e il piatto.

Il pasto è consumato in modo abbastanza veloce e senza convenevoli, non è previsto il bis dello stesso piatto, è un momento di arricchimento attraverso la lettura e si cerca di non dare importanza alla materialità del cibo.

Alla fine delle letture, nell’istante stesso in cui tutti contemporaneamente hanno finito di mangiare, l’abate si alza e con lui tutti quanti per recitare un’ultima preghiera di ringraziamento per il cibo e tutti, subito dopo, rompendo l’incanto intenso di quel momento conviviale, in silenzio e velocemente usciamo del refettorio.

In tutto il pasto mi sono sorpreso a essere l’unico a sollevare gli occhi dal piatto e a guardarmi intorno curioso in questa stanza piena di monaci pelati, avvolta dalle cantilena della lettura e mi sembrato di vivere in una specie di sogno.

Usciti dal refettorio e scortati fuori dalla zona di clausura, mi confronto con gli altri due pellegrini sull’esperienza che abbiamo vissuto. Mi dicono che di lì a poco ci sarebbe stata l’ultima preghiera del giorno in cappella e che avrei dovuto presenziare assolutamente anche a quell’evento. Ci dirigiamo verso la cappella sullo stesso stile del refettorio.

La zona dei fedeli è piccola e separata da quella dei monaci attraverso una piccola staccionata di legno. Subito mi colpisce il buio della cappella. Dalle vetrate a destra entra la pallida luce del sole che, anche se sono solo le 7:20 e tramonterà tra circa tre ore, inizia diventare fredda e spenta. L’unica luce artificiale è quella sull’altare, che si trova a circa 25 metri da me. La luce calda proviene dal soffitto. Mi colpisce questo particolare perché non ha un’utilità pratica e sembra fatto per colpire chi si fosse seduto dalla mia parte, quella dello spettatore fedele. Poco prima dell’ora dell’inizio della preghiera della sera, una porticina si apre all’interno del recinto dei monaci, che escono a coppie. Quello della coppia più vicino all’altare si bagna la mano sinistra nell’acquasantiera vicino alla porta e con un gesto rapido la porge al compagno, che intinge le dita in quelle umide del suo partner e insieme si fanno il segno della croce. Le coppie arrivano al centro della navata davanti all’altare, si chinano insieme davanti al crocifisso e poi si voltano l’uno verso l’altro, verso il centro, si inchinano ancora e rinculano di qualche passo prima di andare a prendere posizione sugli scranni laterali assegnati ad ognuno di loro. In totale sono 15 monaci e siedono sette a destra e otto a sinistra perché da quel lato è incluso anche l’abate.

Appena i monaci arrivano in posizione, come per magia, un coupe di teatro, una luce dal soffitto si accende sopra gli scranni di destra e il campanile inizia contemporaneamente a rintoccare per tre volte.

Chi ha azionato quella luce? e il campanile?

La luce serve a uno dei monaci per leggere l’orazione della sera. Lo fa senza proiettare la voce, sillabando una cantilena appena stonata alla quale dopo circa un minuto si accodano gli altri monaci in una preghiera cantata collettiva e coreografata alla perfezione tra inchini e prostrazioni. Gran parte della preghiera si svolge mentre i monaci si fronteggiano da una parte all’altra, il loro canto è dolce e melodioso. Alcuni dei monaci sbadigliano, capisco che è loro permesso. In un momento verso la fine tutti monaci contemporaneamente si voltano verso l’altare per un altro colpo di teatro: una luce, un teatrale tondo, un occhio di bue insomma si accende sulla statua della Madonna alla sinistra dell’altare. Il tono della cantilena cambia e diventa ancora più dolce mentre tutti, anche la manciata di fedeli fuori dal recinto monastico, si inginocchiano.

Mentre i monaci si rialzano e si rivolgono ancora una volta gli uni verso gli altri, Bruno, il Père Hopitalier, si sposta dal suo scranno attraverso la navata, si inginocchia davanti all’altare, si dirige verso la statua della Madonna illuminata, traffica lì sotto e torna al centro della navata. L’abate si alza, si dirige verso di lui, si inchinano sincronizzati verso l’altare, l’ospitaliero gli passa l’aspersorio, si inchinano ancora, l’ospitaliero torna verso la statua e prende una bacinella di acqua santa, l’abate si inchina da solo, il ritmo degli inchini è scandito da una serie di frasi di preghiera, l’ospitaliero ha la velocità perfetta e svolge il suo compito senza attese, ma anche senza fretta. Torna al fianco dell’abate esattamente nel momento in cui tutti e due si devono inchinare, perfettamente sincronizzati. L’abate si volta, anche i passi che compie sembrano calcolati e scanditi esattamente dal tempo della preghiera. Arriva a pochi passi dalla staccionata e asperge i pochi fedeli con l’acqua benedetta, tutti si inchinano per ricevere la santità. L’abate torna al suo scranno dopo aver ripetuto la stessa sequenza di inchini con l’ospitaliero e avergli lasciato l’acqua santa da riporre sotto alla Madonna. Un’ultima benedizione e i monaci, come se avessero sentito un suono nello stesso momento, rompono le righe, contemporaneamente. L’aria della stanza si rompe del rituale ipnotico collettivo e strettamente codificato, ma i monaci non escono ancora e si fermano a turno, rapidi ma senza mai scontrarsi, in diversi punti della cappella, orientati in diverse posizioni.

È l’ultimo spazio della preghiera individuale prima del silenzio stretto che avvolgerà il convento fino alle lodi che si terranno al sorgere del prossimo sole. Il turbinio composto ritorna velocemente alla calma statica dell’architettura severa della cappella. Do un ultimo sguardo all’alta figura di Père Bruno, staziona in ginocchio qualche secondo sotto alla Madonna, poi davanti all’altare e infine con passo deciso si dirige verso un piccolo crocifisso, dice qualcosa tra i denti e scompare per ultimo dalla porticina che ora si chiude, lasciando la cappella finalmente nel silenzio che sembra appartenergli. Mi alzo anche io, finalmente, frastornato ma sicuro che Père Bruno in quell’ultimo stop abbia mantenuto la sua parola. Esco con la sensazione di essere amato. “Pregherò per te e per il tuo viaggio” aveva detto. Magari non servirà a niente, ma è bello sapere che da qualche parte qualcuno ti pensa mentre affronti il cammino della vita.

Un piede dopo l’altro.

Giovanni

4/8/2019

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