Day 9 – da Thérouanne ad Amettes

Di Thérouanne oggi c’è poco da dire, mentre di quella del passata ci sarebbe un libro da scrivere. Oggi Thérouanne è composta da due file di case e qualche negozio, ma dall’alto si riconosce quale fosse la posizione delle mura fortificate e l’importanza che questa città doveva avere fino al 1500.

Sì, perché Thérouanne fu rasa al suolo nel 1513, durante la guerra tra Francia e Inghilterra (ma voluta dalla Spagna) dall’allora ventiduenne Enrico VIII. Esatto, proprio quell’affascinante ribaldo, considerato il principe più bello di tutta la cristianità, che annullò il primo matrimonio per sposare Anna Bolena (ma poi ne ebbe altri 4, di matrimoni), andando contro il volere del Papa e provocando lo scisma della Chiesa Anglicana, di cui lui si proclamava capo. Per far digerire meglio la decisione ai suoi sudditi, fece una legge in cui si diceva che chiunque non l’avesse considerato tale, sarebbe stato accusato di alto tradimento e mandato a morte.

Un uomo forte e molto carismatico, che se ne infischiava delle regole pur di portare a termine il proprio privato interesse, stravolgendo l’intera società e il popolo che si trovava a dover dirigere, fregandosene delle conseguenze che ricadevano sui suoi sudditi. Quanto al suo essere affascinante, beh, lascio a voi giudicare, ma si sa, non è bello ciò che è bello…

Lasciata Thérouanne e il suo carico di storia ormai scomparsa, mi dirigo alla volta di Amettes, dove, insieme alle storie sul Santo Benedetto Giuseppe Labre, mi aspetta la Ferme des deux tilleuls (Fattoria dei due tigli) per accogliermi durante la notte e di cui si narrano meraviglie di ospitalità.

Passo intanto per gli sterminati campi di grano, a questo punto credo che dal Pas di Calais arrivi tutto il fabbisogno farinaceo per tutte le baguettes e i pain ai chocolat della Francia, del Belgio e anche di qualche ex colonia francofona.

Arrivato ad Amettes, 500 anime su una collinetta, mi imbatto subito nella casa Natale del Santo Benedetto Labre e nella chiesa del paesello. Anche l’incontro con due anziani su una panchina, a cui dico che sto andando a piedi a Roma, mi conferma che qui c’è una specie di ossessione per questo personaggio “Comme Saint Benoit!”. La strada, la scuola, persino il ristorante e la Sala delle Feste sono dedicate a lui.

San Benedetto Giuseppe Labre era un disgraziato. Nato da una famiglia poverissima, non riuscì mai ad entrare in nessun convento, finché a 22 anni (come Enrico VIII quando rase al suolo Thérouanne!) si convinse che la sua strada sarebbe stata quella di divenire il vagabondo di Dio. Viaggiando con solo una piccola bisaccia contenente un vangelo, un breviario, il libro Imitazione di Cristo e pochi viveri, si spostava in tutti i più grandi centri di pellegrinaggio dell’Europa, soprattutto a Loreto e nel centro-sud Italia, predicando, con il suo esempio, il Vangelo e la povertà assoluta.

Negli ultimi anni della sua breve vita si stabilì a Roma, sotto un’arcata del Colosseo. Veniva riconosciuto da tutti e chiamato il pellegrino della Madonna, o il povero delle Quarantore, o il penitente del Colosseo. Nobili ed ecclesiastici si recavano da lui per chiedere consigli spirituali. Quando morì, la folla che partecipò al suo funerale fu tanto grande che si dovettero fermare le celebrazioni per la Settimana Santa, a Roma! Le pressioni dal popolo furono così forti che il Papa del tempo ci mise pochi anni per dichiararlo Santo, celebrando la sua vita come esempio che nessuna condizione, nemmeno quella della povertà più gravosa, possa essere di ostacolo alla santità.

Il santo della povertà, il santo migrante e pellegrino.

Due vite così diverse e così attuali, l’arroganza e l’umiltà, racchiuse nello spazio di 20 kilometri, come due opposti che inevitabilmente finoscono per attrarsi e diventano un surrogato dell’eterna contraddizione umana.

Una volta arrivato ad Amettes vengo accolto dalla gentilissima proprietaria della fattoria. Mi mostra la stanza, vende uova e patate. È curiosa e molto disponibile e mi consiglia per l’indomani di distaccarmi dalla via “istituzionale” del cammino, perché arida e priva di accoglienza adeguata, suggerendomi di fare uno sforzo in più di qualche kilometro per arrivare ad un posto più defilato dove ci sono dei pellegrini che sono stati a Gerusalemme e sono esperti di accoglienza e molto disponibili.

Queste parole mi sembrano profetiche. Nonostante la fatica e la paura di abbandonare il percorso più battuto, mi preparo per domani ad affrontare la strada che porta verso il cuore caldo dell’umanità e dell’Europa.

Un piede dopo l’altro.

Giovanni

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