Day 10 – da Amettes a Villers-Châtel

Se vi dicessi che mi sto dirigendo verso la torre di un castello, dove due anziani pellegrini sono appena tornati da un viaggio in terrasanta, armato solo di qualche vestito, un bastone e i viveri necessari per la giornata, pensereste che sia diventato matto o che abbia iniziato a scrivere un romanzo medievale. E invece è proprio la storia di oggi: un oggi pieno di Storia.

Potrebbe darsi che alcune parti vi sembrino particolarmente romanzate, in tal caso vi scuso per la vostra scarsa fiducia, perché tutto quello che è successo è vero; ora o in qualche parte della Storia.

Mi sveglio in una fattoria di Amettes, nella campagna profonda della regione di Calais. All’interno delle stanze adibite a locanda soggiorna con me un giovane viaggiatore del sud. “Sono qui per affari” mi dice “mi occupo di programmazione, ma ne approfitto per visitare i dintorni”. Strano posto per cercare affari del genere, penso, una fattoria lontana da tutto in questa regione fatta di campagne e pascoli e grano.

La locandiera entra di nuovo nella cucina comune dove ci aveva lasciati, mi porge 5 uova delle sue galline, come avevo chiesto per affrontare il lungo viaggio che mi aspetta fino al castello. “Appena fatte, sono freschissime! Buon cammino!”

La saluto e le faccio una foto, i suoi modi gentili mi hanno spinto ad affrontare un cammino più lungo oggi, per incontrare i due pellegrini che dimorano nel loro castello di Villers-Châtel. Cercherò di incontrare di nuovo Sigerico ad Arras, precedendolo così di un giorno rispetto alla sua marcia verso Roma.

Mi incammino per la strada maestra, ogni tanto passa un cavallo, un carretto che porta damigiane e formaggi, oppure balle di fieno e sacchi di grano, quando d’improvviso, dopo circa due ore di cammino, una forte serie di scoppi preannuncia l’arrivo di un mezzo a motore. È grigio, con scritte nere. Viene nella mia direzione ed è rincorso da un gruppo di donne vestite di colori spenti e lisi, ognuna ha un fazzoletto con una fantasia floreale legato attorno alla testa per proteggersi dal sole lungo le dure giornate passate a falciare i covoni di spighe gialle da stipare per il mulino. Urlano piangendo dietro alla camionetta, su cui scorgo soldati vestiti di grigio, austeri. Tutti portano un elmetto ad eccezione di colui che siede accanto al guidatore. Lui ha un berretto grigio con la visiera nera e una aquila di metallo. La camionetta si ferma. Otto militari scendono davanti a una baracca col tetto di paglia, scaraventando a terra, legato, quello che sembra un salame umano. È un ragazzo di circa 16 anni, bendato e legato mani e piedi. Gronda sangue dalle mani rotte, dai piedi e dai capelli arruffati in una poltiglia rossa. I suoi pantaloni sono sporchi di urina e feci, non sembra cosciente, ma il suo respiro si sente nitido, come un fischio, a causa probabilmente di un polmone perforato. Dalla baracca escono un uomo e una donna, non vecchi, ma con le facce logorate dalle fatiche dei campi e dal sole, piene di rughe come il letto di un fiume arido, che neanche le lacrime riescono a disseccare. Dietro di loro una bambina stringe al petto una bambola di pezza riempita di fieno e di erbe profumate.

“S’il vous plait” fa in tempo a dire l’uomo, prima che il calcio di un fucile gli faccia saltare i denti, rompendogli la mandibola e scaraventandolo a terra. Il suono è simile a quando si lancia un sasso sopra gli scogli. Secco. Stridente a confronto del fruscio costante del vento che agita le foglie di un olmo che guarda, indifferente, la scena. La bambina scoppia a piangere e stringe la bambola, mentre la donna urlando si getta sull’uomo che, incosciente, è precipitato al suolo sbattendo la testa. I soldati non le danno il tempo di assisterlo, ma la prendono di peso e la stringono al muro. Uno le strappa il fazzoletto dai capelli, insieme a una ciocca, e glielo infila in bocca per non farla gridare, mentre l’altro le stringe i polsi troppo forte con una cinghia di cuoio. Le donne al seguito della camionetta urlano più forte, mentre il vento tira una folata violenta che fa stormire agitando le fronde dell’olmo. Un soldato prende la bambina tra le braccia e le tappa la bocca, l’ufficiale mi nota e viene verso la mia direzione, tiene una mano comodamente appoggiata sulla fondina della pistola e con l’altra si aggiusta il berretto. Si ferma a un passo da me, probabilmente schifato dal mio odore pungente di sudore. Senza dissimulare il suo disgusto fa una smorfia con la bocca tirando su rumorosamente aria col naso. Poi punta i suoi occhi dentro ai miei. “Jude?” mi chiede, mentre guarda i miei vestiti laceri e la mia barba lunga “Partisan?” urla vedendo il lungo bastone a cui è appesa la conchiglia di San Giacomo e la borraccia di pelle.

“Ich bin ein Italienischer katholischer Pilger, mein Herr” dico, vergognandomi di non riuscire a sostenere il suo sguardo e mentendo sulla mia fede.

Colpito dalla mia dichiarazione, resa in tedesco per di più, mentre leggo un filo di dispiacere trasparire dai suoi occhi, noto nell’ufficiale un dubbio atroce tra la sua voglia di estirpare l’inutilità della mia esistenza dalla terra, e una lettera firmata dai piani alti dell’esercito, in cui si afferma che in questo momento non ci sono disposizioni particolari riguardo all’eliminazione di cittadini italiani, ma di usare cautela perché il fronte è ancora aperto e di evitare, sempre per il momento, di “aizzare ulteriormente il fuoco” su quel versante.

Mi studia e mi giudica in una frazione di secondo: inutile e innocuo. Sorride rimandando la gioia di vedermi agonizzare in un secondo momento, quando le priorità e le minacce di questi fastidiosi dissidenti saranno solo un ricordo. Mi volta le spalle senza dire niente, togliendosi il guanto sinistro e brandendolo con l’altra mano. Lo tiene sollevato in alto, pronto per impartire un ordine nel momento in cui farà scendere il braccio. Sembra un’abitudine consolidata. Un rituale. Noto che intanto i soldati si sono schierati di fronte al muro. La donna bendata e legata, in piedi di schiena con la testa appoggiata alla parete. L’uomo e il figlio, incoscienti, seduti con la schiena al muro, uno di fianco all’altro. Hanno lo stesso naso e lo stesso colore di capelli, biondo cenere misto a sangue. La bambina è ancora tra le braccia del soldato, si dimena ed è costretta a guardare la scena. Vorrebbe correre dalla sua mamma e slegarla, vorrebbe portare via suo fratello e suo padre da lì, ma nulla può contro le braccia d’acciaio del soldato. L’ufficiale alza un po’ di più la mano, l’ordine è vicino. Tutti i soldati hanno il fucile puntato verso la famiglia, solo uno rimane attento sulla mano dell’ufficiale, che si volta lentamente, mi guarda sorridendo, poi rapidamente gira la testa verso la famiglia per non perdersi la scena e fa calare, assassino, il braccio. Veloce come una scure. Come se azionasse una leva, il soldato che lo guarda fisso reagisce al comando urlando “SCHIESSEN!” e immediatamente tuona una raffica di colpi che crivellano i tre corpi inermi. Una nuvola di piombo strappa la carne molle del ventre della madre, una pallottola trancia la sua guancia spaccando la bocca che tanti baci aveva dato ai suoi due bambini, il padre e il figlio smettono di essere simili: il naso del padre esplode e si apre come un fiore cartilaginoso, mentre entrambi gli occhi del figlio, senza vederle arrivare perché coperti da una fascia che lo rendono cieco, vengono sciolti dal calore dell’impatto di due pezzi di piombo rovente che attraversano il cervelletto e spaccano il cranio, facendo schizzare il sangue fin sulla paglia del tetto. Basterebbero questi colpi brutali ad avere la meglio, ma l’orrore non si zittisce e il piombo continua ad attraversare quei corpi esanimi che rinculano per la violenza dell’impatto, rimbalzano schizzando sangue tutto intorno una, dieci, trenta volte. I tre corpi sono riversi per terra e le teste dei tre morti si toccano adesso. Il loro sangue si mischia. Quello che si miscela è lo stesso sangue che scorre nelle vene della bambina, e lei sente le urla disperate delle donne che hanno assistito alla scena. L’urlo si mischia al vento che adesso soffia fortissimo, un uragano che strappa le foglie dell’olmo, un turbine frusciante si trasforma in una vibrazione che fa ribollire il sangue dei morti, e insieme a quello ribollono le vene della bambina, il richiamo è troppo forte e la bambina con un guizzo potente si libera dalla presa d’acciaio facendo volare la bambola di pezza ai miei piedi, corre verso la sua famiglia e la stringe piangendo, urlando mentre il vento le scompiglia i capelli e impasta le sue lacrime di sabbia. Urlando più forte per rianimare i morti, per invocare un demonio con cui scambiare la propria anima per ridarla ai suoi cari, per distruggere il male, per cessare di esistere e di soffrire. I militari abbassano le armi. Raccolgo la bambola di pezza. Uno dei bottoni che le fungeva da occhio si è staccato. L’ufficiale si volta verso di me. Mi guarda ancora, ma stavolta il suo sorriso non prova disgusto, anzi. Alzo gli occhi verso di lui, che aspetta il mio contatto per portare la mano alla fondina, la apre con un clic, inizia a camminare verso la bambina guardandomi, afferra la pistola deciso, i suoi movimenti si fanno più veloci e rapidi, continua a guardarmi mentre spalanco gli occhi, come se mi sfidasse a essere testimone della sua determinazione, si volta verso la bambina che piange ignara di tutto, la testa affondata nel sangue dei suoi cari. L’ufficiale ha le gambe divaricate e tiene la pistola con tutte e due le mani a meno di mezzo metro di distanza dalla testa della bambina. Con i miei occhi si apre anche la bocca e urlo piangendo mentre brandisco il mio bastone con due mani per fracassarglielo in testa, la borraccia vola via insieme alla conchiglia di San Giacomo che si spacca su una pietra e finisce in una pozza di sangue. Sto per avventarmi sull’ufficiale, gridando a squarciagola per fermarlo, sapendo che morirò di lì a breve e abbandonerò questo mondo ingiusto. L’ufficiale non si accorge di me e tira su il grilletto della pistola, pronto per far scoppiare la testa alla bambina che ansima. Chiudo gli occhi tendendo ogni fibra del mio corpo per cercare di coprire lo spazio nel minor tempo possibile, volgo la testa verso il sole che mi scalda le palpebre per un breve istante, in cui il tempo rallenta. Sento l’odore della campagna e del grano, l’odore del sole e della terra. Sento l’odore acre della polvere da sparo e un colpo fortissimo che mi fa esplodere i timpani. Sordo. Violento.

I rumori cessano di colpo. Non si sente più niente. Provo ad ascoltare ma nessuna vibrazione proviene da ciò che mi circonda. Il sole continua a scaldarmi le palpebre, muovo lentamente la testa alla ricerca di un qualche segnale. Sento una zona d’ombra davanti agli occhi e finalmente un refolo di vento fa frusciare qualcosa che sembra un albero o un cespuglio. Apro gli occhi verso quella direzione. Sotto una macchia di verde mi guardano i volti di tre giovani, incastonati in una lapide in mezzo alla strada nel ricordo della loro morte dovuta alla violenza Nazista. Una violenza nata e cresciuta nel tempo, senza che si avesse il coraggio di arginarla prima che fosse troppo tardi.

Mi risveglio in questo presente.

Scrollo forte le spalle in preda a un brivido che esce dalle viscere della terra. Alzo il piede destro, c’è un bottone. Lo raccolgo e lo metto nella tasca più vicina al cuore.

Mi incammino verso il castello. Quella di oggi era una deviazione dal percorso ufficiale della Via, ma non c’è rimorso se la scelta che si fa a un bivio viene portata avanti con dignità. Forse se avessi scelto l’altra strada starei qui, ora, a parlare della storia di un castello costruito nel medioevo, ma quello che mi accoglie è un posto che serve all’oggi. Una grande casa dove vivono due vecchi pellegrini e la figlia con i suoi tre bambini. Bellissimo.

Quando chiedo cenni sul castello di Villers-Châtel, in cui vengo accolto, il proprietario, Monsier Fressnu, è abbastanza sbrigativo. La moglie è nella cucina, sta preparando un’omelette con patate e, mentre tira fuori dal frigo il sidro di loro produzione, dice “Fagli vedere le foto della festa.” Oltre ad aver camminato per mezza Europa, da casa loro a Fatima, Loreto, Lourdes, Roma e Gerusalemme, i signori Fressnu organizzano ogni settembre una grande festa del paese, a cui partecipano tutti i giovani delle zone circostanti. Approntano un palco per mille Spettatori sul grande piazzale antistante al castello, che fa da fondale. Tra spettacoli pirotecnici e foto di balli vedo diverse scene teatrali tra le foto che mi mostra. A questo uomo magro e alto, a cui piace camminare e che sembra tanto il mio nonno defunto, chiedo di cosa tratti lo spettacolo, quale sia il tema. Sfoglio l’ultima pagina. “Racconta della nostra storia, della storia del nostro paese”. Nell’ultima foto dei giovani con un costume da soldato nazista ne scortano altri vestiti da contadini, bendati, che tengono le mani alte dietro alla nuca.

“Una storia terribile che non vorrei sentire mai più.”

Dico mentre infilo il bottone dentro il libro, lo chiudo, e glielo rendo.

Giovanni

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