Day 11 – da Villers-Châtel ad Arras

Mi sveglio nel cuore della notte nella mia torre medievale, costruita nel quattordicesimo secolo. Non sento più il mio braccio destro, strozzo un urlo e accendo la luce a tentoni. Panico. Lo vedo penzolare e lo afferro con la mano sinistra. È inerme, non lo percepisco, sembra deformato e di un colore diverso. “No, no, no, no!”. Riesco a muovere un dito. Il pericolo sembra scampato. Ma non è questo che mi preoccupa, penso mentre il sangue ricomincia a circolare lungo il braccio intorpidito. Mi sento osservato. Forse è solo la suggestione che ho avuto mentre mi sdraiavo qualche ora fa: “in un castello ci potrebbe anche essere un fantasma”, ma sono sicuro che dalla fessura aperta della porta, in quell’oscurità, ci sia una donna che mi osserva. Non la vedo, eppure so che ha una vestaglia e qualche ciocca di capelli davanti agli occhi. Non avverto pericolo, solo una sensazione di stranezza per questa sensazione che mi pare così reale. Mi giro dall’altra parte, la stanchezza ha la meglio, anche se un paio di volte riapro gli occhi di scatto durante il sonno e mi ritrovo a guardare lì. Ma nulla si muove. Mattina.

Il signor e la signora Fressnu mi aspettano un paio di piani più sotto, mi salutano con calore quando entro nella sala da pranzo. Beviamo insieme caffè e spalmiamo di burro e delle deliziose marmellate di madame le baguettes croccanti di forno. È l’ora di andare. Monsieur Fressnu mi scorta dall’altra parte della tenuta, abbiamo un dialogo cortese tra due persone che si conoscono da poche ore e che già si devono lasciare. Siamo quasi arrivati alla strada che incrocia il limitate del grande parco del castello, dove ci lasceremo forse per sempre, quando mi colpisce al centro di un grande spiazzo un enorme canneto, con piante alte quasi 5 metri, tra le quali si scorge a malapena una costruzione che sembra di pietra. “Cosa c’è là?” domando.

“Quella è una replica della grotta di Lourdes.” mi dice, ma la storia non è finita “tanti anni fa una mia zia che è poi morta di malattia, quando non si poteva muovere fece costruire la grotta per visitarla e per aprirla a tutti i fedeli di questa zona che non si potevano permettere un viaggio fino all’originale. Così, nel tempo, tanta gente ha incominciato a venire in pellegrinaggio qui. Mentre lo dice, avverto un movimento tra le canne. Mi sembra di intravedere una vestaglia bianca e dei capelli neri. Faccio due passi per avvicinarmi, quando dal punto esatto in cui mi stavo dirigendo escono tre colombi bianchi, fanno un giro sopra la mia testa e scompaiono dietro una fila di alberi. Rimango fisso a guardare il punto in cui sono scomparsi. “Forza in marcia pellegrino, tu dois faire beacoup de kilometres ajourd’hui!” mi richiama all’ordine, gioviale, Monsieur Fressnu. Al limitare della tenuta, mentre mi indica la direzione che devo seguire, mi ripete un augurio che ho già sentito “Forza, Roma è vicina! Manca poco! Cosa sono due mesi nella vita di un uomo? Poco!” e aggiunge un augurio che non dimenticherò, per la sua bellezza e per il sorriso e il cuore di chi me l’ha detto “Che il cammino faccia bene alla tua testa, al tuo cuore, alle tue gambe ed ai tuoi piedi”. Saluto Monsieur Fressnu con un po’ di magone che cerco di dissimulare. Ritorno in marcia mentre lui scompare nel suo immenso giardino, ma appena gira l’angolo, mi rivolgo ancora verso il canneto in cerca di quella presenza che mi ha seguito dalla notte prima. Una folata piega le punte morbide e alte delle piante, non la vedo ma so che lì c’è quella donna, ha riccioli neri sciolti sulle spalle e una veste bianca, guarda nella mia direzione mentre veglia la “sua” grotta. Alzo la mano per salutarla, la abbasso lentamente per non sembrare sgarbato, e parto verso Arras.

Il cammino procede spedito tra i campi in una giornata uggiosa di pioggia. I pascoli di mucche si rompono in gruppetti da tre-quattro che si proteggono sotto qualche albero, continuando a ruminare indolenti e osservandomi fisso da quando entro nel loro campo visivo a quando scompaio.

Finalmente arrivo ad Arras, anche se la gioia dell’arrivo si spegne presto nell’indifferenza della città e negli sguardi straniti dei suoi abitanti. Mi volto tra gli edifici ricostruiti alla perfezione dopo i bombardamenti della prima guerra mondiale nella Place des Heros o nella Grand Place, cerco sulla sommità del campanile da cui si dominano a perdita d’occhio i palazzi e i boschi della zona, ma non trovo nessuno sguardo che mi accompagni o protegga nella Via. Nessun Bonjour o bon courage, pronunciato al mio passaggio.

Ricerco un po’ del contatto umano che ho ricevuto nei giorni scorsi per non perdermi nei dubbi dell’anonima cittadina di provincia. Mi perdo tra le strade del centro e infilo in un caffè moderno con poltrone in pelle. Ordino un tè caldo e mi siedo prima di trovare un posto per dormire, pensando se ho qualcosa ancora da cercare qui, che mi faccia rimanere una o due notti in più, oppure se sfidare la fatica e andarmene domani stesso. Sento un fruscio alla finestra. Mi volto. C’è una colomba bianca che mi fissa. La cameriera si avvicina, guarda il mio zaino: “Via Francigena? Quanto ti fermi ad Arras?”.

Volgo lo sguardo su di lei, come se mi fossi appena svegliato

“Riparto domattina” dico con un sorriso sorseggiando il mio tè al bergamotto.

Un piede dopo l’altro

Giovanni

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...