Day 12 – da Arras a Bapaume

Ad Arras sono in contatto con Jo Bonnal, una signora di 80 anni che tutti definiscono una petite bombe per l’energia che ha messo nella crescita della via Francigena intorno ad Arras. Purtroppo non è in città, ma mi ha riservato, per la notte scorsa, un posto al Foyer des Jeunes Travailleuses, una rete di “ostelli” sociali istituita in Francia e presente in ogni città, che offre alloggio a giovani che si spostano per lavorare ma, ancora, non hanno avuto possibilità di cercare un posto per dormire o, magari, non ne hanno possibilità economica. Quello di Arras ha una convenzione per i pellegrini della Francigena: a un prezzo ridotto è possibile pernottare a mezza pensione, ma, mi dice la receptionist,la notte in cui arrivo dovrò condividere la stanza con un altro ospite. Poco male, penso, dato che durante il Camino de Santiago non era infrequente trovarsi in stanzoni da 10/15 letti e anche di più. Il mio compagno di stanza arriva poco dopo. Si chiama Toni. È un tipo particolare con un’empatia naturale e simpatica. Scopro che è stato un vagabondo e che stava per prendere i “voti” da Monaco buddhista dopo 14 anni in monastero, ma che la vita raminga l’ha richiamato e lui si è dato un compromesso. Risparmiare un gruzzolo ogni anno per viaggiare a piedi. Mi mostra la mappa e traccia col dito tutto i percorsi. Ne ha fatti davvero tanti, circa 30000 kilometri in poco più di 10 anni. Tutti i percorsi che arrivano a Santiago, andata e ritorno, grandi giri tra le coste della Francia e quelle dell’Italia del nord, fino ad arrivare ad Assisi, tutto il Portogallo da nord a sud e da sud a nord. Rimango impressionato dai suoi racconti e dalla sua semplicità, qualche volta minimizza il saliscendi tra le montagne della Liguria, o tra i Pirenei, con un sorriso e dicendo “C’est difficile, mais c’est tres jolie!” Io so quanto è faticoso, e quanto la meta per Toni conti davvero per razionalizzare il tempo, ma non come punto di arrivo. A volte torna indietro finché ha soldi, altre va avanti. Percepisco una grande necessità di avventura in lui che non ha nulla di irrequieto o irrazionale. Pura, semplice, necessità di non rimanere fermo in un punto. Di scoprire sempre qualcosa, di scommettere sulla gentilezza delle persone quando arriverà in un paese senza sapere dove dormire. Monterà la tenda in un prato, al massimo, ma il più delle volte il cammino lo guiderà in un posto caldo e il suo sorriso aprirà qualche cuore. È facile capirci perché parliamo la stessa lingua, quella dei pellegrini. Ci scambiamo informazioni sui luoghi più economici, su come alleggerire lo zaino o come recuperare le energie in modo più efficace dormendo. In fondo siamo dei vagabondi certificati da un pezzo di carta che ci firmiamo da soli e su cui raccogliamo timbri fino a una destinazione che in realtà non ci aspetta. In fondo siamo dei migranti a tempo. Immigriamo in un sentiero, nei solchi della storia e della religione, per poi tornare ai nostri letti caldo. Siamo molto fortunati.

Toni parte prestissimo per macinare un’infinità di kilometri, io me la prendo più calma, devo aspettare l’orario di apertura dell’Ufficio Turistico. Riesco a fargli una foto prima che se ne vada perché so che mi lascerà indietro, e che io non lo rincorrerò. Siamo due spiriti liberi.

Anche nella posa non riesce a stare statico, su due piedi, ma ha bisogno di proiettare energia:

Preparo tutto il necessario alla partenza di oggi, finché arrivano le 9 e finalmente posso recarmi all’Ufficio Turismo. Non voglio lasciare Arras senza aver visto le famose Boves, i cunicoli sotterranei scavati più di mille anni fa, e utilizzati poi come cave di gesso, come magazzini per le botteghe locali e come rifugio e trincea da parte dei militari durante le due guerre mondiali. Trovarsi a 12 metri sottoterra e vagare tra i cunicoli può essere disorientante, anche con una guida, e ha messo a dura prova la mia potenziale claustrofobia.

Ho deciso di partire per una tappa lunga poi, anche se era tardi, perché non c’era niente che mi trattenesse ad Arras. Come un peso non necessario nello zaino viene abbandonato per alleggerirsi, che si tratti del preziosissimo portaborraccia o di un secondo asciugamano, del quarto paio di pantaloni mai utilizzato o di un bicchiere da tasca telescopico, così durante il cammino ci si lasciano indietro in fretta i luoghi che non ci possono offrire più niente. Non c’è attaccamento, ci sono pochi momenti concessi alla curiosità, e bisogna sfruttarlo appieno, perché poi c’è l’ossessione di andare avanti. Sempre.

E questo rende importanti le scelte, in un paese come la Francia dove i negozi chiudono presto (quando sono aperti ad Agosto), perché una scelta potrebbe pregiudicare un pasto e viceversa. È una dura vita quella del pellegrino, ma anche un’incredibile pratica per vivere nel presente, nel necessario.

Come necessario è stato, durante il tragitto, deviare per visitare uno dei numerosissimi cimiteri dedicati ai caduti della prima guerra mondiale, prima di arrivare nel piccolo villaggio di Bapaume.

Ma questa storia è meglio che ve la racconti nel prossimo articolo, quando passerò attraverso i campi della Somme, dove si consumò una delle più grandi e sanguinose battaglie della storia.

Un piede dopo l’altro

Giovanni

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