Day 13 – da Bapaume a Péronne

Tra Baupame e Péronne ci sono solo grandi campi, immensi, puntellati da pochi paesini. In questi campi si è combattuta, nell’estate del 1916, una delle più sanguinose battaglie della storia: oltre un milione di morti, per di più tutti tra i 18 e 30 anni. Lo sterminio di una generazione intera. Ma partiamo dalla fine, per una volta.

L’arrivo a Péronne è una ventata di freschezza dopo una giornata piena di emozioni e priva, come al solito, di posti dove riempire d’acqua la borraccia, di bar e di qualsiasi forma di vita umana.

Péronne è un comune di più di 8000 abitanti adagiato su un gomito del fiume Somme, che da il nome alla regione e, fino a questo posto, sin contorce in una serie di anse che sembrano le tracce convulse di un lombrico indeciso che non sappia se deve prendere una direzione o quella opposta. Nel punto in cui finalmente il fiume decide nettamente di dirigersi a sud, nel secolo XIII venne costruito un castello che, per la sua posizione strategica, è stato spesso oggetto di contesa.

Adesso il castello ospita una grande esposizione dedicata alla Prima Guerra Mondiale, e qui torniamo sulla costante di tutta la zona: i cimiteri e il ricordo.

Non entrerò nel merito della battaglia della Somme che vide coinvolti francesi e britannici (compresi tutti i paesi del Commonwealth e i loro alleati, dall’Australia all’India, dal Canada alla Cina) contro tedeschi, né nelle ragioni e negli esiti della prima guerra mondiale

Vi dirò solo che tra questi campi fertili, ancora, giacciono i resti dei bossoli di metallo di una battaglia finita più di cento anni fa. Immaginatevi la mole di proiettili esplosi. Immaginatevi più di un milione di morti, in maggior parte giovani; immaginatevi cosa vuol dire e quanta gente c’è voluta per caricarseli tutti in spalla, per scavare un milione di fosse, per scrivere un milione di lettere ai parenti e rompere un milione di cuori di madre. Immaginatevi cosa vuol dire un milione di famiglie in lutto, di fidanzate che attendono, un milione di anime e di talenti che scompaiono dalla terra.

Immaginatevi un soldato di diciotto anni, con un nome e un cognome, strappato alla sua vita e costretto a marciare, con le vesciche ai piedi e un’arma che ha appena imparato a impugnare. Immaginatevelo buttato in una trincea in mezzo a un vento così forte che copre il rumore delle pallottole che fischiano sopra la sua testa, mentre qualcuno gli urla ordini che non capisce perché il suo elmetto, recuperato da un magazzino improvvisato e assai scadente, è di misura troppo grande e gli si cala sulle orecchie e davanti agli occhi. Immaginatevelo mentre ansima con la schiena schiacciata alla fossa della trincea. Il mondo gli sta esplodendo intorno, ha mangiato solo due biscotti secchi e dell’acqua calda, non ha avuto tempo per fermarsi in lattina perché c’era troppa fila e si vergognava, poi c’è stata la chiamata e tutti di corsa senza pulirsi si sono precipitati a prendere gli zaini. Immaginatevelo lì con questo ufficiale che gli urla addosso, poi si volta verso qualcun altro e il vento gli soffia via le parole che non arrivano alle orecchie di tutti. Ogni esplosione è un sussulto ed è difficile mantenere la concentrazione. Immaginate che poi ce ne sia una più grande, di quelle che ti confondono e non sai più se il mondo si è rovesciato, l’elmo gli è caduto sugli occhi e qualcuno lo strattona e lo spinge fuori dalla trincea in una nuvola di fumo. “Avanti, avanti” gli grida, e lui è una fila infinita di altri ragazzi come lui, con lo stomaco in subbuglio, frastornati e l’elmo troppo grande davanti agli occhi. Le dita rigide che stringono troppo forte il fucile, marciano pesanti con i loro zaino tra le zolle dismesse di un campo lunghissimo e senza ripari, avvolto dalla nebbia di guerra che punge il naso e i polmoni, il vento che li spinge indietro come per avvertirlo che davanti c’è un pericolo, gli urla così forte nelle orecchie che non si sente niente altro. E qualcuno da dietro che continua a urlare “Avanti, avanti” finché anche la sua voce scompare, in prossimità di un limite vicino in cui la cortina di fumo sembra diradarsi, e si intravede uno spiraglio di sole. Immaginatevi questa fila infinita lunga kilometri tra i campi di grano calpestato e bruciato, leggermente adagiato sulle dolci pendenze della campagna francese. Una fila di cui non si vede la fine che emerge, contemporaneamente, da una nuvola che li nasconde, trascinata via dal vento come fosse un sipario grigio che rivela un numero infinito di giovani attori impreparati alla scena. Finalmente il calore, il vento, compiuto il suo dovere e dopo averli avvertiti, si placa per un secondo in cui il sole fa, per un istante, capolino da una nuvola. In quell’istante le bimbe non esplodono, tutta l’infinito fila di ragazzi ha il tempo di mettersi una mano sul l’elmo troppo grande e aggiustarselo. Nessuno grida più dietro di loro, possono finalmente vedere cosa c’è lì davanti. Ancora campo, infinito, uguale, bruciato e schiacciato e scavato dal tritolo e graffiato dal filo spinato. Non c’è soluzione di continuità in questo scenario monotono. A parte, forse, una linea a un centinaio di metri. Sì, sembra proprio una linea che stacchi, per colore, l’infinito campo bruciato in due parti distinte. E poi c’è qualcosa di diverso che non c’è nel resto del paesaggio. Un puntino metallico, scuro, che emerge dalla linea. E poi un altro, e un altro, e altre decine che lentamente si stanno issando da quel filo steso per migliaia di kilometri, e il filo diventa un’infinità di elmetti che emergono da una trincea. Elmetti troppi grandi calcati sulle giovani teste di ragazzi troppi giovani che ne vedono altri davanti a loro, infiniti altri. Ognuno guarda il proprio dirimpettaio negli occhi, ognuno capisce che in questa sfida personale vincerà il colore della propria divisa o l’altro, ma ognuno riconosce negli occhi di chi ha di fronte la stessa paura che è la propria, gli stessi sogni che sono i propri, la stessa voglia di appoggiare la testa sul cuscino che profuma del sapone di bucato della mamma, la stessa voglia di scappare.

Ma qualcuno, da dietro di loro, contemporaneamente, urla “avanti, avanti, avanti!” E bombe continuano a esplodere e il fumo li acceca e gli pizzica il naso con un odore acre e tutti senza capire più niente imbracciano il fucile e iniziano a sparare a chi ha di fronte e, questa volta, tutta la fila infinita, scoperta, in piedi e senza un riparo davanti alla trincea, cade all’unisono senza vita colpita da un fulmine di piombo.

E mentre cade, gli occhi rivolti al cielo, trascinata all’indietro dallo zaino troppo pesante, mentre l’elmetto troppo grande scivola all’indietro. Nel breve istante in cui le pupille stanno compiendo il viaggio per rivolgersi verso l’interno della testa. Tutti i giovani soldati della fila in piedi in mezzo al campo ripercorrono le immagini della loro vita. Che è troppo breve però, davvero troppo breve, l’istante si consuma veloce come l’accensione di un fiammifero.

La fila in mezzo al campo è tutta distesa per terra, lunga fino all’orizzonte.

Dicono che Dio sia il concetto che misura tutto quello che è troppo grande per essere inteso dalla limitata mente umana. Voi riuscite a immaginare quanti sogni in quell’istante siano svaniti nell’ultimo alito di vita uscita da quella distesa senza numero di corpi ormai inutili a realizzarli?

Io, questo Dio della guerra, proprio non riesco a immaginarlo, né a capirlo.

E forse neanche chi ha costruito questi cimiteri è riuscito a immaginarlo, per questo ha dovuto costruirne tanti, e dare a ogni morto una tomba, e scrivere il nome di ognuno su una lapide.

Ogni cimitero contiene circa 1000 soldati. È un numero ragionevole da intuire per noi esseri limitati. Ed è facile moltiplicarlo per due, tre, dieci, cento, mille volte, tanti quanti sono i camposanti in questa regione che è conosciuta per essere limitrofa all’Artois, dove sono stati “inventati” i pozzi artesiani che succhiano l’acqua dalla terra.

Una regione in cui è impossibile dimenticare l’orrore e lo spreco di vita che c’è stato. Una regione dove ancora si dice che, a volte, qualcuno tiri su da un pozzo un secchio del sangue che ristagna in questo pezzo di mondo, a testimoniare la stupidità umana.

La quale ha creato una storia che qualcuno cerca ancora di non far ripetere.

Qualcuno.

Ma non tutti.

Giusto?

Un piede dopo l’altro

Giovanni

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