Day 15 – da Saint Quentin a Tergnier

Dalle stelle alle stalle, le montagne russe della vita pellegrina.

Arrivo a Saint Quentin dopo una lunga marcia, mi sento rinfrescato nel vedere una cittadina con un ricco centro storico dominato dalla bellissima piazza del Comune, che per l’estate ospita una spiaggia di sabbia bianca finissima, e, a un isolato di distanza, l’imponente, maestoso, sproporzionato Duomo.

Una cosa che notato in queste due settimane di cammino, che ho deciso di festeggiare regalandomi un alberghetto due stelle, un buon pasto e una colazione abbondante a Saint Quentin, è che in ogni paese, villaggio o città che ho attraversato, è sempre presente una sala da feste, un comune riconoscibile per un’architettura particolare, e una chiesa spropositatamente grande rispetto al numero degli abitanti.

Credo che sia il risultato di un compromesso raggiunto tra la rivoluzione francese e il bisogno di ritrovare una fede, qualcosa in cui credere tra queste zone rurali, avvertito di fronte alla scomparsa di un’intera generazione dovuta alle guerre mondiali. Appoggio lo zaino nella mia stanza e, dopo una doccia, mi dirigo verso la piazza principale risoluto ad assaggiare finalmente, dopo giorni di piselli in scatola e di couscous in buste di alluminio, una generosa selezione di formaggi francesi locali locali e di annaffiarli con un bicchierino di Pastis.

Mentre mi rifocillo di golosa caseina, non posso non notare di essere come sempre fuori luogo. Mi trovo in mezzo a una serie di locali frequentati da giovani ben vestiti per l’aperitivo serale. In effetti sono solo le sette e insieme al generoso piatto di formaggi e al Pastis, mi vengono servite delle noccioline per aperitivo. E devo sembrare ben strano a questa gioventù, penso, guardandomi i calzini rossi tirati sopra lo stinco e i pantaloncini da trekking troppo corti e la mia maglietta aderente nera, porosa su un fisico non propriamente scultoreo. Stringo tra le gambe il sacchettino di tessuto profumato dai vestiti appena lavati in una lavanderia automatica ed evito gli sguardi interrogativi affondando occhi, spirito e intelletto tra le note muffate di un caprino stagionato.

Riparto l’indomani, rinfrancato dalle endorfine sprigionatesi nella notte dall’apporto vitaminico del pasto serale, e decido di rinforzarlo con due ovetti sodi a colazione, per non arrivare impreparato ai 34 kilometri che mi separano dalla prossima tappa a Tergnier, dove ho contattato il diacono che mi aspetta per mostrarmi l’ex presbiterio ormai abbandonato che mi fungerà da appoggio pellegrino.

Marcio tutto il giorno con energia, sentendomi in colpa per l’esagerato apporto calorico/proteico del chiletto di formaggio che mi sono pappato la sera prima, resisto anche se mi sento agile come la statua di gesso del pellegrino che ho visto poco fa nel duomo di Saint Quentin, nella cappella di San Giacomo patrono degli appiedati penitenti:

Nella stessa chiesa dove un incontro fortuito con una famiglia di gentilissimi olandesi mi ha regalato una posa che ha poco di dignitoso nella stessa Cattedrale:

La mattinata regala però anche qualche bella prospettiva e una grande grande certezza: i vecchietti guardano i cantieri anche nella Francia del Nord

Arrivo a Tergnier armato delle migliori speranze, seguo il canale artificiale che mi porta al centro della città e verso la parrocchia del gentilissimo Diacono Pierre, che si offre di venirmi a prendere in macchina, ricevendo un mio secco rifiuto, non mi voglio perdere neanche un centimetro dei 2000 kilometri a piedi. E poi se avessi accettato non avrei visto questo doppio riflesso e un bellissimo arcobaleno

Arrivo a destinazione, stremato. Il Diacono è un ometto con gli occhiali e i capelli grigi sulle tempie, gentilissimo, mi mostra questo edificio semi scalcinato e abbandonato, con due materassi a terra. Faccio fatica a non credere che questa casa non sia servita da ispirazione al rifugio malmesso in cui Edward Norton si rintana e forgia il suo esercito di fanatici in Fight Club. 

Penso a quanto tutto sia relativo nel mondo e nel nostro percepire le cose, quanto sarei stato contento di essere arrivato in questa catapecchia se la notte scorsa avessi dormito in tenda con la coperta d’emergenza per scaldarmi, la condensa che mi bagna i piedi e i capelli e i 10 gradi di temperatura esterna che mi gelano il naso, e come invece l’essermi pappato tutto quel formaggio e la colazione continentale e aver dormito in un letto con accanto un bollitore e delle bustine di tè e caffè in polvere con la possibilità del servizio in camera, abbia modificato la mia percezione di oggi.

Ma c’è una regola che vige tra i pellegrini, che stranamente è la stessa di una famosa pubblicità di un noto profumo negli anni 90: il pellegrino è quell’uomo (o donna) che non deve chiedere mai. Quello che viene dato si accetta ringraziando. E in questo caso è il calore dell’accoglienza (non dovuta perché il Diacono Pierre offre servizio volontario), a riscaldare e a rendere magico questo posto abitato dai ragni. E si, anche i piselli in scatola stasera hanno un buon sapore, buono quanto il formaggio di ieri. Perché non c’è un giorno migliore di un altro in queste montagne russe della vita pellegrina, un giorno si è Re e un giorno Mendicanti, ma con la stessa dignità di aver vissuto un giorno intero senza essersi fatti scappare nemmeno una stilla di vita. Conquistandosi il sonno e il riposo per ricominciare l’indomani.

Un piede dopo l’altro.

Giovanni

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