Day 16 – da Tergnier a Laon

Un’ordinaria giornata di follia.

Parto da Tergnier sono le nove di mattina. Ho aspettato che aprisse la Mairie, il comune, per ottenere il timbro sulla mia credenziale. Il timbro mi è necessario ogni giorno. Il Diacono che mi ha accolto ieri non aveva il timbro. Il timbro attesta che sono passato da questo o da quel posto. Entro nella Mairie, il comune, nell’orario di apertura. Vengo immediatamente risucchiato dal tran tran burocratico di una villaggio di provincia. Una ragazza madre disperata cerca sussistenza. Un vecchio aspetta probabilmente per lamentarsi della pensione troppo bassa. Prendo il numero. Aspetto. Ho sete ma non ci sono a fontanelle. Passano gli impiegati. Mi guardano straniti. Guardano il mio zaino arancione e si chiedono a che serva. Arriva il mio turno. Mi siedo davanti all’impiegata. L’impiegata è gentile. Spiego all’impiegata che mi serve un timbro e cerco di andare avanti con il racconto del mio viaggio. All’impiegata non interessa, lei ha già capito. Mi timbra la credenziale nel posto sbagliato. Ruggisco dentro di me. Esco dal Comune, video e foto di rito. La fontana della città. La facciata della Maire, il comune.

Finalmente mi dirigo verso Laon. È la terza tappa di fila sopra i 30 km. Le mie gambe sembrano molto pesanti. Inizia il percorso, incontro un oca.

Continua il percorso, la giornata sembra passare bene, senza inconvenienti. Attraverso un bosco. Trovo un fungo.

Poi trovo altri funghi.

Ho scelto di seguire la via più lunga oggi perché mi hanno detto che c’è una bellissima abbazia. Me l’ha detto la guida della Via Francigena online. Allungo il mio percorso di 4-5-6 km, non so. Non mi fiderò mai più della guida della Via Francigena online. A metà giornata sono molto stanco. Ancora non ho passato la metà del mio tragitto. La strada inizia salire dentro il bosco. Un bellissimo laghetto artificiale mi fa capire che siamo nei pressi della antica abbazia. L’abbazia adesso è all’interno di una proprietà privata. Non si può accedere. Si può solo intuire attraverso le fronde di un fitto bosco. Forse una porta. Forse una torre. Niente di più. Niente di definito. La strada continua a salire. Inizia piovere. Sono quasi sulla cima di una piccola montagna. Rimpiango di non aver scelto la strada più corta, ma questo è il cammino. Ah che bellezza. Piove più forte. Le mie scarpe si bagnano. Odio avere i piedi bagnati. La strada sale fino solo Dio sa dove. Poi a un certo punto comincia a scendere. Ho finalmente la possibilità di scegliere. A 4 km c’è un camping. A 15 la destinazione di oggi. Laon. Decido che anche se sono stanco sì ce la faccio dai arrivo a Laon. Così tra stasera e domani mi vedo bene la città. Illuso. Arrivo sotto Laon che se si chiama la città sulla montagna incoronata c’è una ragione. Perché è sulla montagna. In salita. Dopo aver fatto 36 kilometri, più delle ultime due tappe, mi trovo ai piedi di quella che è qualcosa di più di una collina. Mi fa male tutto. Mi sembra che l’alluce sinistro stia per scoppiarmi da un momento all’altro. Pulsa. Mi fa male la schiena. Ho finito l’acqua da diversi chilometri. Non c’è neanche un bar aperto. Una fontanella. Un hotel. Un ristorante. Una gelateria. Un metalmeccanico. Un convento di suore. Niente. C’è solo la pioggia. La pioggia è troppo sottile e infame perché aprendo la bocca io possa dissetarmi. Sembra che l’unico punto che riesca a bagnare in tutta la pianura siano i miei piedi. I miei calzini sono fradici. Le vesciche si ammorbidiscono. La pelle dei piedi si intenerisce. È in pericolo l’integrità dei miei piedi. Finalmente arriva la svolta che mi porterà vicino all’affittacamere che ho scelto per stanotte. Si chiama sentiero Saint Jean. In realtà è una punizione di Dio. Scale ripide e diseguali. Il resto del sentiero lungo è 600 m. Il sentiero ha una pendenza del 45%.

Penso che qualsiasi male io possa aver commesso in tutta la mia vita non giustifica questo castigo. Stranamente faccio meno fatica del previsto. Lo sforzo si concentra sui quadricipiti e non più sui muscoli del polpaccio per salire. Arrivo in cima alla salita. Sono sudato fradicio. Ho il fiato e. Mi aspetto una graziosa cittadina. In effetti Laon è una bella cittadina in un paesaggio di mucche e di grano. Laon sembra una cittadina della Toscana, nelle zone del casentino o della Val Tiberina. Sembra Sansepolcro. Sembra Anghiari ma più grande. Mi chiedo cosa provi un francese quando viene in Italia. Mi chiedo cosa provi un francese quando vede l’abbondanza di bellezza che copre tutta la nostra penisola. Ce le abbiamo anche noi le mucche, ma le guardiamo da borghi medievali sparsi ogni manciata di chilometri. Ce le abbiamo anche noi le pecore, ma le guardiamo dai castelli e dalle torri diroccate e dalle rovine romane dove ci riposiamo d’estate quando siamo stanchi di camminare nelle bellezze delle nostra città. Mi impressiono davanti alla cattedrale di Laon.

È una replica della cattedrale di Notre-Dame di Parigi. Anzi è l’opposto. È Notre-Dame di Parigi ad essere una replica della cattedrale di Laon. La cattedrale di Laon servì da modello sia per Parigi che per Reims. Sono davvero stanco e poco lucido. Salgo e scendo i due piani del mio affittacamere con estrema fatica e lentezza. Ho visto una pizzeria esattamente accanto alla porta d’ingresso. Entro nella pizzeria. Gli occhi già mi si chiudono. Sono le 7:22. Ordino una margherita che sparisce molto prima che riesca a fotografarla. Sono molto stanco. Parlo e mi muovo in modo meccanico. Ordino una crème brûlé.

Le proteine dell’uovo dentro la crème brûlé rimettono carburante nel mio cervello. Il carburante viene consumato tutto immediatamente. Ho troppa sete. Non ho acqua in camera. Cerco di fare il pieno qui. Non ricordo come sono arrivato sul letto. Chiudo gli occhi. Mi addormento. Sorrido mentre sento che l’acido lattico inturgidisce tutti muscoli delle mie gambe. Le mie gambe si stanno contraendo lentamente. Ripenso al mio malumore di oggi. Perdono tutte le disavventure e gli imprevisti.

Rido perché sono felice.

Non vedo l’ora di incontrarne altri e superarli.

Domani.

E domani.

E domani.

Un piede dopo l’altro

Giovanni

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