Day 17 – da Laon a Sainte Croix

Un’accoglienza commovente.

Il mattino rinfranca i miei deliri da fatica del giorno precedente. La pizza ha fatto effetto, ho avuto un incubo in cui sognavo di sgominare una setta satanica, che in realtà si ritrovava nel sottotetto della mia casa di campagna a mia insaputa. Era pieno di gente che conoscevo, ma l’atmosfera alla fine era abbastanza simpatica e conviviale. Si vede che a quel punto avevo digerito.

Giro per Laon la mattina presto. Tanto, penso e ne ho conferma un paio d’ore dopo, è tutto chiuso. Laon si concentra in un lato delle sue mura perfettamente conservate. È una città più lunga che larga, come la montagnola che la ospita e che, per la cinta muraria che la avvolge sulla cima, si chiama appunto Montagna incoronata.

Una bella cittadina e un bel paesaggio da quassù

Ma la cosa che mi colpisce di più (sarà una costante da ora in poi per la grande influenza dell’architettura gotica in questa regione) è la cattedrale di Notre Dame, che servì da modello sia per quella di Parigi che per quella di Reims.

Non ho molto tempo ancora da dedicare a Laon, perché si è fatto tardi e devo ripartire. Non ho ancora scelto dove dormire. Non ci sono alloggi economici e devo pensare in fretta. Ho bisogno di essere concentrato. Lo divento mangiandomi un ottimo Eclair al caffè:

Ho deciso che dormirò a metà strada tra Laon e Reims, a Sainte Croix, dove c’è una specie di agriturismo non proprio economico.

Mi incammino tra paesaggi degni di Aspettando Godot

Finalmente arrivo all’agriturismo. È una fattoria ristrutturata gestita dalla bellissima Aga: avete presente Juliette Binoche in Chocolat? Ecco, Aga è il corrispettivo nella campagna di Sainte Croix, con gli alloggi e il ristorante della sua Besace.

Appena arrivo mi accoglie sorridente, ama intrattenersi con tutti i suoi avventori ed ha una simpatia naturale che ti fa sentire subito a tuo agio. Mi chiede se voglio cenare lì quella sera, ma io che ho letto che si può pagare solo in contanti, di cui sono sprovvisto, sussurro che non ho soldi.

Lei sbuffa sorridendo, dice “Ma un modo si trova, dovrete pur mangiare no? Avete camminato tanto oggi!” Patteggiamo allora per un insalata con pomodoro e mozzarella (buonissima) mentre vedo sfilare manicaretti di coniglio e patè in giro per i pochi tavoli della sala arredata con un gusto elegante country chic. Poco male, penso, tanto sono vegetariano! Ma con mia grande sorpresa Aga si presenta a fine pasto con un gelato alla pesca inframmezzato da uno strato di lamponi colti in giornata. Commovente.

La sala è frizzante e faccio amicizia con una coppia di inglesi che torna da una vacanza sul lago di Como, anche loro attratti dalla fama culinaria e dall’ospitalità di Aga, che gira tra i tavoli, moderna ostessa, intrattenendo la conversazione e creando qualche spunto. È contenta quando vede che parliamo tra di noi, che la sala è un’esplosione di risa in inglese, francese ed esperanto.

Questa moderna Locandiera di Goldoni guizza, a volte con del pane, altre con una bottiglia di vino, altre armata solo del suo sorriso, tra i tre tavoli per tenere i sorrisi accesi, come se sapesse appena cala la felicità, si materializza vicino a te per prendersi cura di te, finché tutti ci alziamo da tavola contenti e coccolati, accolti. Andiamo a letto col cuore caldo. La mattina dopo è un vero dispiacere ripartire, anche a causa delle ottime marmellate fatte in casa con la frutta dell’orto.

Ecco, a volte diamo un valore materiale all’accoglienza, economico soprattutto, ma in realtà è un concetto abbastanza semplice. Quando si accoglie qualcuno non si regala una stanza o un oggetto comodo, ma si regala la sensazione della comodità, il sentirsi a proprio agio.

La prima domanda che si fa quando si accoglie qualcuno è “come stai?”.

È una domanda che sempre più raramente ci facciamo l’uno con l’altro. Forse dovremmo fare qualche esercizio di accoglienza, mi guardo intorno e vedo che siamo un po’ tutti arrugginiti. E per fare esercizio possiamo provare un’esperienza diretta, stando dalla parte di chi viene accolto, per esempio l’esperienza pellegrina: apolidi per un tempo definito, viaggiando a piedi solo con lo stretto necessario, scaldati dal sole o bagnati dalla pioggia a cui non c’è scampo durante il cammino, si brama alla fine della giornata solo una parola di conforto e un sorriso, per proseguire sulla strada il giorno dopo. Rinfrancati, con coraggio e con animo aperto e positivo affronteremo la vita ancora, l’indomani, tra le sue insidie e i suoi regali inaspettati.

Un piede dopo l’altro.

Giovanni

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