Day 18 – da Sainte Croix a Saint Thierry

Le monache benedettine di Saint Thierry

Riparto col cuore gonfio dalla fattoria La Besace dell’ostessa Aga. Potrei arrivare a Reims oggi stesso, ma decido di fermarmi poco prima di entrare in città, per non forzare troppo la tappa e gustarmi così, l’indomani, la città più rappresentativa della Champagne senza dovermi prendere un giorno di riposo, ma, soprattutto, perché voglio dormire al monastero delle suore Benedettine di San Thierry. Dopo l’esperienza dei monaci di Wisques sono molto curioso di vedere cosa mi riserverà una notte con le sorelle del loro ordine. Lungo la strada le mucche lasciano spazio ad oche e cavalli.

Incontro l’ultimo grande cimitero di questa zona. Questa volta è pieno di soldati francesi.

Una distesa sterminata di croci disposte in doppia fila, ognuna recante la scritta “morto per la Francia”.

Mi si stringe la gola pensando alla ricompensa che questi giovani soldati hanno ricevuto a prezzo della loro vita: una striscia di terra e una croce col proprio nome.

Continuo sulla strada dritta che lascia intravedere in lontananza la distesa delle case di Reims finché, nonostante la pioggia, arrivo di buon ora al convento di San Thierry.

Aspetto qualche decina di minuti perché arrivo durante l’ora della preghiera pomeridiana, finché una suora non vieni ad accogliermi. Il dormitorio questa volta è misto e ci sono diverse persone tra gli ospiti della struttura. Leggerò solo dopo l’esperienza di oggi il piccolo regolamento nel foglietto di accoglienza al monastero: si prega di rispettare l’anonimato degli altri ospiti, si prega di rispettare il raccoglimento e il silenzio durante la sosta al monastero, la preghiera e l’introspezione. Appoggio le mie cose e mi faccio la doccia prima di dirigermi verso la costruzione bassa dove la sorella mi ha detto che si terrà la cena. Questa volta non ceno nel refettorio “religioso”, ma condivido la stanza con altre 13 persone, gli ospiti della struttura. Una suora prepara il cibo e lo deposita sul tavolo accanto a noi, poi ci lascia mangiare. Con noi c’è un prete africano, uno dei padri che a turno viene ospitato nel monastero per celebrare la messa giornaliera. Ognuno dei commensali aspetta dietro alla propria sedia in piedi che tutti siano arrivati (i posti preparati per la cena sono tanti quanti gli ospiti), il padre recita la preghiera prima del pasto serale. Mi trovo seduto tra un’anziana signora e una donna più giovane che avevo incontrato all’ingresso e che mi è sembrato esperta del posto. Immagino che data l’assenza di religiosi potremo scambiare qualche parola durante la cena. Immagino male. Le poche parole che ci scambiamo sono solo quelle necessarie a ringraziare o a rifiutare il cibo che ci offriamo a vicenda. Tutto si svolge sotto voce, o meglio, muovendo la bocca senza emettere suono, e c’è un imbarazzato gioco di assenza per evitare gli sguardi degli altri, nonostante tutti siano seduti in cerchio attorno al tavolo. Io inizio a sentirmi in imbarazzo. Un’altra signora che mi sembra molto esperta, e credo che sia una specie di perpetua del convento, chiede alla suora che passa di lì, con un cenno, di poter accendere la musica. Da uno stereo dietro di me, con un volume comunque molto moderato, inizia a prendere vita un gorgoglio di note d’organo, anche piacevole, ma, a volte per austerità, a volte per voluttà, stridente con la pretesa di concentrazione irrituale che tutti i commensali ostentano. C’è una finestra sopra di me, nel soffitto basso spiovente. Dal vetro intravedo nel cielo blu una nuvola che passa. L’organo fa un virtuosismo e mi chiedo se questo sia concesso nell’austerità di quella regola monastica che per secoli ha vietato qualsiasi espressione di vanità ritenendola l’anticamera della superbia. Riabbasso la testa sull’omelette ai funghi, e poi sui miei commensali. Incrocio lo sguardo della signora anziana accanto a me, che mi sorride e mi mima se voglio anche dell’insalata, mentre gli altri evitano il contatto. La musica diventa più severa. Mi sento come in un film di Kubrick, dove la musica classica fa da contrappunto a una situazione senza pathos. Da una parte le note e i bassi dell’organo, frutto di studio e perizia, di sapienti armonie tese a creare una cattedrale del suono che potesse innalzare l’anima di chi l’avesse ascoltata verso Dio, magari scritta per l’enorme strumento e l’acustica di Notre Dame di Parigi, dall’altra, su un tavolo dozzinale di truciolato pressato e laccato resina di vetro, tra delle posate tutte diverse tra loro su tovaglioli di carta, tra bicchieri Ikea e budini alla vaniglia Danone, facciamo finta di non vederci durante il gioco del silenzio per sentirci più in contatto con Dio. D’accordo, penso guardando di nuovo la finestra, la nuvola è sparita e c’è solo un rettangolo blu. Riabbasso gli occhi sul piatto di formaggio che l’anziana signora, la più indisciplinata nel gioco dell’assenza, mi porge sorridendo, ma io la oltrepasso con gli occhi, come se fosse trasparente. Guardo fisso un quadro dietro di lei, dove si vede la cattedrale di Reims e dei pellegrini che entrano e escono, Benedetti dalla luce di una grande croce dorata. La signora si volta come se avesse paura che il muro stesse crollando, lo vede e si volta col volto ancora più trasfigurato: prima era solo gentile, adesso è una nonna dolcissima e premurosa. Anche la perpetua nota la direzione del mio sguardo e mi offre un’altra fetta di pane, un signore pelato che austeramente non aveva parlato né scambiato cenni con la moglie seduta accanto a lui per tutto il pasto, si degna di puntarmi contro una bottiglia di Vino Rosé alzando le sopracciglia in segno di intesa. Accetto tutto con garbo, ma subito dopo aver mangiato e bevuto, sempre a testa bassa e lentamente, mi metto una mano davanti agli occhi e respiro lentamente, calmo. So che mi stanno guardando tutti adesso, forse si lanciano occhiate, si danno di gomito cercando di intuire di quale santità si stiano impregnando i miei pensieri, cercano di indovinare quale preghiera io stia pregando. Forse la perpetua, angosciosamente, si chiede come sia potuta arrivare così impreparata all’incontro col povero Cristo pellegrino, in transumanza tra il cammino terreno e quello celeste, incarnato nella mia barba incolta e nello stacco netto di abbronzatura tra la mia caviglia e il mio polpaccio, causata dai calzini alti antivescica che porto durante le lunghe ore di marcia sotto il sole della Marna. So che sotto sotto si sentono tutti in colpa, in difetto adesso nei miei confronti. Io intanto penso a una situazione analoga che mi diverte: nel 2009, probabilmente a questo punto lo stesso giorno dell’anno, calcolando sommariamente la mia partenza. Iniziavo il Cammino di Santiago partendo da Saint Jean Pied de Port, sui Pirenei francesi. Incontrai 3 pellegrini italiani alla stazione di Bayonne, il giorno stesso, qualche ora prima di iniziare il cammino, coi quali giurammo reciprocamente che non avremmo viaggiato insieme perché “ognuno voleva andare da solo”. Ci trovammo esausti al primo rifugio, un agriturismo a 7 chilometri dalla partenza. Non avevamo neanche valicato il confine francese ed eravamo esausti. A cena un gruppo di turisti, sconvolti dalla storia del pellegrinaggio, iniziò a offrirci vino e le uova avanzate nei loro vassoi, pane e incoraggiamenti. Probabilmente quel giorno avevano fatto più chilometri di noi, ma noi mentimmo e, divertiti, nel nome di San Giacomo di Compostela divorammo le loro uova in salsa di capperi. Con quei tre pellegrini ho poi condiviso tutti i 900 chilometri di una delle esperienze più belle della mia vita. Riapro gli occhi e sono ancora a tavola, tutti mi guardano apprensivi, cercano di propinarmi una doppia razione di Danone alla vaniglia ma stavolta rifiuto garbatamente. Sono stanco di questo gioco. La musica finisce che tutti abbiamo finito di mangiare. Sono le 7:30 e ci alziamo in piedi per accompagnare l’orazione di ringraziamento per il cibo mangiato, fatta dal padre africano. Aiuto a sparecchiare nonostante l’insistenza della perpetua che continua a dire di andare a riposarmi. “Quand’è la preghiera della sera?”, le chiedo. A questo punto sono solo curioso di vedere le suore. Passeggio un’oretta nel giardino, dove scorgo un bel panorama della città incorniciato da quelle che scopro essere le vigne dello Champagne Moët & Chandon

Arriva l’ora della preghiera. Entro in una cappella abbastanza moderna, ricostruita sull’antica pianta dopo i bombardamenti delle guerre.

Tutti i commensali sono già lì pronti. A questo punto non so cosa aspettarmi, finché una porta non si apre ed entra una suorina grigia, di mezza età, che si va a sedere dietro uno strumento che non ho mai visto e che scoprirò che si chiama Kora, una specie di arpa/liuto che lei impugna di fronte a se e inizia a suonare con entrambe le mani.

Lo stuolo di suore che entra dietro di lei, circa trenta, è formato da donne molto più vecchie della prima, già attempata, che è entrata. Alcune sono vecchissime, forse eterne, e assomigliano a questo dipinto

Non c’è divisione di spazio tra fedeli e religiosi, ma tutti siamo in una specie di semicerchio che abbraccia l’altare, davanti al quale una suora austera che credo sia la Badessa, accende un alto vero bianco prima di iniziare le preghiere. L’atmosfera, se pur codificata, mi sembra più blanda dell’esperienza coi monaci di Wisques (la puoi leggere qui), mentre inizia la prima salmodìa, inizio a sentirmi deluso, ma, dopo pochi attimi, succede qualcosa di incredibile.

La suora inizia a pizzicare con entrambe le mani, in modo coordinato, questo strumento originario dell’Africa occidentale, la Kora. Prima pizzica una sola nota, per dare l’intonazione ad una vecchissima sorella che, inaspettatamente, dolcissimanente, emette un canto acuto e costante, con voce di bambina. E tutte quante la seguono in un’armonia sopranile delicata. Sembra un coro di voci bianche, ma la stanza non è piena che di vecchie! Mi sposto un po’ più avanti, con la scusa di un’alzata dalla sedia durante il rito, per capire e intercettare i colori delle voci. La Kora continua delicatamente a emettere le sue note di accompagnamento, ma io non riesco a distinguere e a riconoscere i toni di queste voci bianche, perché non corrispondono ai corpi rugosi e alle schiene curve che ho davanti. Eppure tutte stanno cantando, e la preghiera è una litania dolce come di un gruppo di figlie che canti la ninna nanna ad un anziano genitore. Il dondolio costante delle sillabe scandite in francese mi strappa in due il cuore e finalmente da lì riesco a vedere l’essenza di quelle voci: pura anima bianca coltivata a discapito di un corpo avvizzito, che esce limpida dalle bocche secche e screpolate di questo gruppo di antichissime Moire, un’anima giovane ed eterna, a cui si sono dedicate queste donne, levigando l’interno del loro corpo come una grotta di pietra liscia adatta a contenerla e a plasmarla, mentre il loro esterno lentamente si asciugava per nutrire e riscaldare questo grembo immacolato.

Improvvisamente mi è chiara l’atmosfera durante la cena e il gioco dell’assenza, in questo posto è necessario mettersi nella condizione di ascoltare con più attenzione per sentire la delicatezza di questo canto e delle azioni quotidianamente portate avanti dalle mani deboli e tremanti di questo gruppo di suore. La devozione dei miei commensali mi è d’improvviso sembrata più plausibile se dedicata a questo gruppo di vecchie religiose

Vado verso la mia stanza, l’anziana signora mia vicina di tavolo a cena mi punta come se volesse parlare di qualcosa, ma adesso sono io a giocare al gioco dell’assenza, ho bisogno di silenzio stanotte per levigare con pazienza la grotta dentro al mio stomaco e accudire la mia anima. Per ripartire domani con una fiammella più calda, bianca dentro al petto.

Un piede dopo l’altro

Giovanni

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