Day 20 – da Reims a Trépail

Il bosco maledetto e una notte tra i vigneti di Champagne

Esco da Reims seguendo il canale artificiale che la attraversa. Per chilometri incontro runners e gente in bicicletta, alcuni li incrocio due volte, mentre tornano verso la città. Il tempo è strano, oggi. Sembrava una giornata di sole, ma all’improvviso il cielo si è frammentato in una polvere bianca che ha coperto tutto l’orizzonte. Sembra di essere avvolti in una sfera senza tempo. Il fiume stesso smette di essere verde opaco e diventa petrolio, mentre la pioggia inizia per gradi a diventare insistente e violenta. Esco dal canale artificiale per dirigermi verso un campo e oltrepassare un primo ponte sospeso su una strada ad alta percorrenza. Poi un secondo che si affaccia su un rigagnolo. Davanti a me c’è una fila di alberi e, dietro di loro, un mucchietto di case. Decido di fermarmi appena prima di incontrare un filare di vigna che fa da cresta alla piccola collina davanti a me. Mangio couscous precotto in busta. Una barretta di cereali e albicocca disidratata. Bevo un goccio d’acqua, riparto. Sono sulla cresta in mezzo al filare di vigna, sulla collina. Davanti a me i filari si moltiplicano quasi infiniti, tutti alla stessa altezza, alla stessa distanza, i vitigni di Champagne si distinguono solo da piccole lapidi in cui è dipinto lo stemma della casa che possiede quella parcella di terreno.

Tutto intorno il cielo continua a cadere come se fosse fatto di cenere, intravedo sopra una collina, tra i filari, un mulino. Qualche chilometro più avanti un faro di cemento che si staglia sul mare verde delle vigne. In mezzo a queste trovate pubblicitarie delle case di Champagne, un paese.

Risalgo la collina su cui campeggia il mulino, ci arrivo sotto, è tutto chiuso. Continuo a percorrere la strada di argilla calpestando sassi bianchi, entro in un bosco, poi in un altro, i contorni del mondo sono sbiaditi e la visuale stessa del sentiero e sfocata dalla nebbia di goccioline che si crea nella frammentazione della pioggia sulle foglie dei faggi secolari, che si contorcono grotteschi, torturati da un male ignoto che alcuni attribuiscono, scoprirò più tardi, a diverse cause e leggende: folletti dispettosi che piegano i rami coi loro flauti magici, alberi che proteggono la fauna locale da un gigante malvagio e vorace, la maledizione divina contro un monaco che si accoppiò assieme a un demonio nel bosco.

L’unica cosa che ricordo di aver pensato è che questo bosco si chiama Les Faux, antico nome dei faggi che significa anche “i falsi”. Percepisco una strana aria, sento che lo spazio si comprime nei limiti indistinti di questi alberi avvolti nell’umida nebbia grigia provocata dalla pioggia. Finché infine l’ho percepito, forte, invincibile, inoppugnabile: il Nulla.

Mi sta schiacciando dentro la foresta, ultimo baluardo dell’inutilità dell’esistenza, comprimendo il tempo in una manciata di attimi, si diverte a strizzarmi il cervello risucchiando l’aria dalla mia scatola cranica. Improvvisamente il mio corpo si asciuga, la pelle aderisce direttamente alle ossa. I bulbi degli occhi ormai secchi smettono di vedere l’essenza tangibile delle cose, rendendo tutto uno sbiadito ricordo vitreo, finché tutto scompare nel vuoto che circonda l’esistenza. Per un istante lunghissimo la mia anima smette di divaricare l’infinito ed rimane schiacciata, annichilita, nella pressione esercitata dall’Incomprensibile. Come in apnea, il cuore fermo davanti alla vanificazione di tutto ciò che credevo reale, cerco di resistere, calpestando le pozzanghere argillose che creano strati collosi e pesanti intorno alle mie scarpe, cercando il senso nelle foglie verdi, nella pelle di un serpente, nella lumaca schiacciata sul bordo della strada, ma il bene e il male hanno anche essi perso ogni valenza: che significato può avere uccidere una vita di fronte all’infinita Assenza?

Singhiozzando inizio ad accelerare il passo, sempre di più fun quasi a correre; i suoni attutiti, la faccia contorta attorno agli occhi assenti che oltrepassano l’inutile realtà e si perdono oltre i rami contorti nell’inefficacia del concetto di tempo. Al centro di un bosco che non ha più confini, la mia vita banale, concentrato distillato di una serie di istanti incisi nell’intercapedine delle mie sinapsi, si dissolve come una goccia volatile di profumo d’anima, evaporata in una scia impercettibile dietro la corsa folle della nostra galassia verso il vuoto.

Ho ritrovato una foto dei miei occhi.

Non ricordo come e quando io sia infine uscito dal bosco, né se la mia anima si sia effettivamente sciolta lì dentro ad opera di un demonio o del flauto di un folletto. Ricordo solo di essermi ritrovato ai bordi di un villaggio lambito da vigne, come fosse uno scoglio dentro un mare d’uva, a pensare, staccandomela col bastone dalle scarpe, quanto fosse stupida l’argilla bianca che aveva creato uno strato di diversi centimetri e simile a una trappola di gomma intorno ai miei piedi; stupida perché si è attaccata ai miei piedi pensando di esistere. Non credo che sarei mai uscito da quel bosco se non avessi avuto un obbiettivo preciso in testa, che oggi era appunto arrivare a Trépail per alloggiare dai signori Bertrand. Mi trovo insperatamente davanti alla loro casa. Monsieur Bertrand mi aiuta a togliermi lo zaino dalle spalle. Appende il mio poncho fradicio e mi fa togliere le scarpe. Sorrido ma la mia bocca è stanca e riesce a malapena ad articolare un pensiero più complesso di un commento sul tempo da lupi. Vengo accolto comunque in cucina. C’è una fetta di torta di Mirabelle per me, appena fatta da madame Bertrand, e un goccio di Ratafià di Champagne.

Il corpo comincia a riprendere il suo tono, parte pian piano dal cuore e si irradia verso le estremità una sensazione di tepore. I signori Bertrand sono una dolcissima coppia di coltivatori di uva della zona, una delle migliori del mondo, e mi raccontano tutta la storia di quel vino pregiato, la differenza nei metodi di produzione delle diverse cantine, mi chiedono informazioni sui vini italiani e mi raccontano delle loro vacanze in Sicilia dove purtroppo non sono riusciti a salire sull’Etna perché c’era troppa neve. Qualche acciacco gli impedisce di percorrere lunghi tratti di strada, per cui hanno deciso di aderire alla via Francigena ospitando i pellegrini. Il freddo lascia anche la mia testa, quando scopro che per fare la crostata di Mirabelle il segreto è cuocere la pasta in bianco e rovesciare i frutti con la parte tagliata verso l’alto. “Così non perdono il succo!” Mi dice Madame Bertrand con un sorriso. Mi rendo conto di aver avuto paura, qualche ora prima, perché avevo sottovalutato questi dettagli, nel bosco. Mi rendo conto che la felicità è vera solo quando è condivisa, e non c’è altro scudo per l’anima che inseguirla con ogni mezzo e coltivarla e tenerla abbracciata quando l’abbiamo raggiunta. I signori Bertrand chiedono di farmi una foto per il loro annuari dei pellegrini ospitati, e anche io ne chiedo una a loro. Ci facciamo i complimenti per i sorrisi sinceri, e quando la signora nota che lei ride molto più del marito, lui la guarda con amore e conferma: “È vero, tu sei una persona molto sorridente”.

Il bosco non è che un lontano ricordo.

Un piede dopo l’altro

Giovanni

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