Day 23 – da Vitry le François a Saint Remy en Bouzemont

Nella regione del Pan de Bois

Lascio senza rimpianti il non indimenticabile albergo che mi ha ospitato stanotte nella città quadrata di Vitry le François. La notte è passata con una di quelle mattonelle di ghiaccio sintetico blu, che si mettono nei frigoriferi portatili, sullo stinco che ancora mi fa dannare con i morsi della tendinite. Ogni giorno guadagno qualche minuto di autonomia in marcia, prima che il dolore blocchi ogni mo vimento della caviglia. Il che mi fa ben sperare per la guarigione nonostante le lunghe ore di passeggiata quotidiana, anche se per ora l’autonomia dura circa 20 minuti contro 9 ore di cammino.

Mi sono munito di due bastoncini da trekking: due rami dritti che ho trovato al limitare del bosco, coi quali riesco ad attutire lo sforzo distribuendo il peso e dandomi la spinta e il ritmo per andare avanti. Sono pesanti, grossi, nodosi e storti e, quando la gente mi vede che li appoggio per entrare da qualche parte, mi squadra pensando che sia una specie di barbone omicida. Appena potrò intaglierò un rametto più leggero per fare coppia con l’altro che mi porto dietro da 500 chilometri.

Armato di coraggio e di una pomata antinfiammatoria specifica per la tendinite, di cui mi cospargo copiosamente mattina pomeriggio e sera, parto in direzione di Saint Remy en Bouzemont dove, ho letto, c’è un alloggio del comune nella regione del pan de bois.

Subito mi elettrizzo all’idea che ci sia una specialità culinaria che mi aspetta a un solo giorno di marcia. Mi viene l’acquolina immaginandomi questo pane ripieno di fichi, o datteri, o magari impepato o speziato con anice. Poi mi viene in mente che bois vuol dire legno; escludo quasi immediatamente che abbia a che fare con la segatura presente nell’impasto di un eventuale prodotto da forno, e capisco che si deve trattare d’altro.

Non tardo a vedere coi miei occhi di cosa si tratta, e mi ricordo di aver già visto qualcosa del genere già a Châlons en Champagne. Pan de bois vuol dire parti in legno, ed è uno stile architettonico antichissimo: addirittura ad Ercolano, nel primo secolo avanti Cristo, c’erano case in questo stile che prevede l’utilizzo di un’ossatura di travi grezze che rimangono in bella vista, mentre la parte di muro è costituita da un impiastro argilloso di paglia che viene poi intonacato. Il risultato è molto vario, si va da case che sembrano disegnate da bambini dell’asilo, con linee tutte storte, a esempi di geometrie impressionanti, con legni pregiati intarsiati per arricchire ancora di più il decoro. In ogni caso è sempre una sorpresa gradevole scoprire queste case che raramente si possono avvistare nell’area mediterranea. Il pan de bois infatti, si evolve soprattutto a partire dall’area centrale dell’Europa, dall’odierna Germania (Fachwerkhaus) toccando Francia e Inghilterra (half timbered houses) a partire dal 1100 in corrispondenza delle grandi foreste e con l’ascesa delle figure dei carpentieri, che erano grandi conoscitori di legname, progettatori e architetti di intere città.

Mentre sto per arrivare a Saint Remy, mi accorgo di aver finito tutte le scorte di cibo, e non so ancora se ci sarà un piccolo supermercato nel paese. Dubito viste le esigue dimensioni dello stesso e l’andazzo di tutta la regione che sto attraversando. Consulto la mappa e trovo una pizzeria a un chilometro e mezzo da me. La pizza vale sempre un piccolo sacrificio, chiamo per ordinare perché il locale chiuderà a breve, e me la trovo bella fumante sul piatto un secondo dopo essere arrivato.

Smaltita la fame, mi dirigo zoppicando verso la Mairie del paese che mi ospiterà. Se tutti questi piccoli comuni si metteranno in rete, offrendo dei servizi minimi ai pellegrini, la via Francigena in Francia decollerà in poco tempo.

In questi caso la Mairie di Saint Remy è virtuosa, perché mette a disposizione un piccolo appartamento con cucina all’interno di una scuola che è evidentemente inutilizzata in Agosto. Apri la finestra e mi ritrovo all’interno di un villaggio costruito con la stessa tecnica che i nonni dei nonni dei nonni di questi abitanti utilizzavano 500 anni fa.

Per un attimo mi sento insicuro sull’anno in cui mi trovo. Un cane randagio zompetta nella stradina sterrata accanto ad una delle case davanti alla mia finestra, una signora, sulla porta, lo guarda. Il cane alza la zampa zampillando felice su un angolo dell’abitazione, la signora afferra una scopa e strilla un insulto arcaico e incomprensibile, scacciandolo. Forse davvero qui nulla è cambiato. O forse lo ha fatto in modo più naturale, più lento.

Un piede dopo l’altro.

Giovanni

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