Day 21 – da Trépail a Châlons en Champagne

Una linea retta verso il capoluogo della Marna

Esco da Trépail ancora scosso dall’esperienza del bosco, ma rinfrancato dalle chiacchiere mattutine con Madame e Monsieur Bertrand (e da una fetta di torta alle Mirabelle). La giornata di oggi mi porterà a Châlons en Champagne, capoluogo della Marna. La giornata di oggi è dedicata alla tendinite.

La tappa sarà lunga, più di trenta chilometri per arrivare al camping municipale, che è l’unico posto dove dormire a meno di 70 euro nel raggio di trentacinque, per cui cerco di mettermi in cammino presto e di mangiare più distanza possibile finché sono ancora fresco.

Il canale che fiancheggio è frequentato da tutti i tipi immaginabili di runner e ciclisti, nell’ampio spettro che va dall’amatorialità al sadicismo. Tra un genitore che corre mentre i figli lo inseguono in bicicletta, un gruppo di calciatori provetti che si allena con maglie da calcio di squadre provenienti da tutta Europa e qualche pescatore che ne approfitta per far abboccare qualche tinca ingrassata dallo Champagne, a un certo punto mi si palesa incontro una coppia formidabile che mi da una gran motivazione:

Probabilmente madre e figlio, lei leggermente sovrappeso, va in bicicletta ad una lentezza che sfida la legge di gravità, ma con una disinvoltura che dimostra grande esperienza. Lui, giovane e concentratissimo, è nel bel mezzo di un allenamento che la madre/bicicletta sostiene con sguardo severo; probabilmente si sta preparando per la maratona delle Olimpiadi.

Lo vedo da lontano fare da contrappunto alla pedalata liscia al rallentatore di lei. Ancheggia con quel passo che fa tanto ridere dei maratoneti, le ginocchia si incurvano verso l’esterno e, con movimento articolatorio impeccabile, trasmettono un semigiro alla caviglia e al piede sinistro, che sembra scalciare il destro verso l’esterno per far vita ad un controancheggiamento e alla successivo, corrispettivo, elastico movimento all’esterno dell’altra gamba. E così via. Gomiti che oscillano dall’altro verso il basso, spalle strette e sguardo dritto, si dirige verso di me in trance agonistica. Io sono un lumacone lento con il mio zaino/casa di 10 kg sulle spalle, penso che mi abbia visto ma probabilmente ho sottovalutato l’importanza di questo allenamento visto che mancano approssimativamente 340 giorni a Tokyo 2020, e mi devo tuffare di lato per non essere travolto dal nuovo Abebe Bikila che mi sfreccia accanto.

Ecco il video poco dopo l’accaduto, che testimonia la dedizione della più grande promessa francese nella maratona e della sua madre/allenatrice/agente

Più che scocciato, entro in una modalità competitiva, per cui, in un istante, cerco di ripetere la tecnica che ho appena visto, sfoggio due falcate impeccabili ondeggiando l’anca come una danzatrice dei Ballet Russes, appoggio il calcagno e TAC!, sento tirare leggermente il tendine dello stinco sinistro. “Maledizione” penso “ma sarà solo un leggero affaticamento.” E invece TAAC! mi ritira il tendine. È il chilometro 4 di 34.

Invece di proiettare la mia falcata verso avanti, come sarebbe naturale, inizio a camminare spingendo verso l’alto per non far movimenti con la caviglia sinistra, e riatterrando a piede piatto. La mia velocità adesso è pari a 2,5 km orari, che mi porterebbero a percorrere la distanza rimanente in 12 ore ininterrotte di cammino. Faccio un calcolo e mi rendo conto che probabilmente alle 10 di sera la reception del campeggio potrebbe essere chiusa. Memore dei recenti appelli del ministro dell’interno italiano, invoco anche io il Cuore Immacolato della Beata Vergine. Più volte e a voce alta. Qua c’è da trovare una soluzione. È escluso che da questa corsa ci si ritiri. Il cammino si rallenta, ma non si ferma. E non si torna a casa prima della fine. Ma il problema è nell’immediato: come arrivare a destinazione? Inizio a spippolare sul telefono tutte le possibili alternative e gli alloggi, trovo qualche soluzione a 2-8-18 km.

Quella a due chilometri è un castello medievale. La camera Maria Antonietta costa 230 euro a notte, la Robespierre 300.

Non mi sento in vena di rievocazioni storiche.

Quella a otto chilometri mi sembra già impraticabile nella mia situazione attuale, tra l’altro inizia a pungermi il nervo sciatico, dandomi delle scosse alla gamba e al fianco quando appoggio la gamba sana.

Controllo, perché non esiste che debba percorrere anche un solo centimetro di questo percorso su un mezzo che non siano le mie gambe.

Le recensioni sono molto positive, il prezzo accessibile per l’emergenza: 55 euro. Ottimo, prenoto subito! Un attimo. Le date sono sbagliate, il prezzo è per metà settembre. Metto la data di oggi. Ops! Disponibilità terminata! Invoco la protezione di San Giacomo di Compostela. C’è solo la soluzione a 18 chilometri o il campeggio a 30 da raggiungere in tempo record.

Controllo la prima. Motel a 33 euro, un po’ fuori dalla città ma pur sempre accessibile! Basta seguire in questo punto della mappa lo svincolo sulla strada gialla… che è un’autostrada! Il motel è sull’autostrada!

Mi siedo.

Calma.

Come dice il vecchio Confucio: se a un problema c’è una soluzione, perché ti preoccupi? C’è una soluzione. Se a un problema non c’è una soluzione, perché ti preoccupi? Non c’è una soluzione.

Tutto sta a questo punto nella possibilità di camminare fino a Châlons en Champagne, infilare la gamba in una vasca di ghiaccio e sperare che tutto vada meglio domani. Afferro il mio fido bastone che ho intagliato rendendolo liscio. Cerco di coordinarmi per trovare un punto di appoggio che scarichi il peso dalla gamba sinistra mentre cammino. Provo una volta e ricevo una scossa dalla sciatica a destra. La seconda una puntura dal tendine a sinistra. La terza sembra un misto tra le due, che, probabilmente, incontrandosi al centro del corpo, annullano parzialmente il loro effetto.

Forse ce la posso fare.

Inizio a camminare lentamente in una marcia a tre movimenti, spinta verso l’alto, appoggio del bastone, rotazione anca e piede, spinta, appoggio, rotazione, spintaappoggiorotazione e così via, finché acquisisco un ritmo dignitoso.

Quello che non è dignitoso invece pare essere agli occhi di chi mi guarda il mio borbottio costante che accompagna l’andatura a singhiozzo, come quella di un auto a cui abbiano squadrato le ruote.

I bambini che seguono i genitori in bici iniziano a passarmi sempre più distante mentre la mia faccia si trasforma metro dopo metro in una maschera mefistofelica. Sbuffo fumo dal naso, gli occhi iniettati di sangue, tutto rosso in faccia tendo ogni fibra del mio corpo allo scopo di arrivare alla fine di questo canale infinito.

Le ore passano, il panorama rimane sempre lo stesso

Sono in una bolla spazio tempo dove il supplizio sembra destinato a durare in eterno. Ma la mia volontà non può essere scalfita. Guadagno centimetro dopo centimetro fino ad arrivare in vista delle prime case. La vista della civiltà mi rassicura e mi rinforza. Mancano ancora pochi chilometri che affronto con un cestino di patatine fritte inondate di mostarda. Il piccantino della salsa mi fornisce l’energia necessaria ad arrivare e montare la tenda. Sono esausto, ma ho conquistato la giornata.

Tendinite o no, qua non si molla di un centimetro. Penso prima di addormentarmi. La strada è sempre quella verso Roma!

Un piede dopo l’altro

Giovanni

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